Il percorso integrato e la valutazione
Prendendo le mosse dai primi dati qualitativi emersi dai monitoraggi provinciali sui percorsi integrati, vengono prefigurati i necessari adeguamenti dell’Intesa tra Regione ed USR del 19/02/2004.
di Giancarlo Sacchi
I primi dati qualitativi, che emergono da monitoraggi effettuati da alcune province, mettono in evidenza il successo di tali percorsi sul piano dell’ambiente formativo e della (ri)motivazione, al punto da poter ipotizzare l’effetto contrario da quello indicato dalla riforma: il biennio integrato può davvero costituire un contenitore formativo efficace, al punto che nessuno esce verso la formazione professionale, ma, anzi, ci sono richieste ad entrarvi.
Il sistema territoriale si va consolidando: un progetto culturale e pedagogico che nasce dalla collaborazione diretta dei docenti dei due ambiti (partenariato tra scuola ed ente di formazione), ben inserito nelle politiche formative delle province, che a loro volta vanno a costituire la rete regionale; alla Regione l’indirizzo politico (le linee guida), l’erogazione delle risorse, la valutazione dei risultati e la certificazione (con il riconoscimento dei crediti).
Alla fine del primo anno sperimentale ed all’inizio del secondo un notevole impegno viene posto nella dimensione progettuale, non solo perché l’esito formativo nasce prima di tutto dalla condivisione culturale tra i due sistemi dell’impianto epistemologico, ma soprattutto perché una tale operazione è efficace se coinvolge non i singoli partenariati ma il territorio, che per referenza amministrativa si identifica con gli ambiti provinciali e che sul piano formativo consente di inserire questo impianto direttamente nello sviluppo del territorio stesso, a seconda delle sue caratteristiche, in adesione alla domanda sociale, perseguendo quegli standard che possono sostenere un servizio di qualità, sia sul piano della formazione generale che professionale.
Tutto sembrerebbe chiaro se non che l’enfasi posta nella fase progettuale sembra calare e talvolta registrare una certa discontinuità quando si passa alla valutazione degli esiti, al punto da rischiare di compromettere il lavoro apprezzato da tutti, fino al giorno prima degli scrutini.
Una vera svolta avverrà con l’attribuzione ed il riconoscimento dei crediti, che accentueranno il carattere personalizzante del percorso formativo e lo proietteranno anziché solo alla conquista di un titolo di studio al termine di un percorso, lungo tutto l’arco della vita.
Intanto la nostra attività integrata ci offre la possibilità di individuare i limiti dell’attuale struttura valutativa e di pensare ad una possibile quanto proficua innovazione.
Ormai le esperienze più avanzate dimostrano la effettiva percorribilità di un team formativo integrato che progetta, realizza, e, quindi, non può non verificare. Se le prime due operazioni sono pienamente inserite nella normativa, la terza, cioè la valutazione, ha bisogno prima di tutto di una considerazione pedagogica, sulla quale innestare quella della legittimazione.
Se l’obiettivo dell’integrazione è quello di ampliare l’offerta formativa con nuovi linguaggi, nuove esperienze e metodologie, allora è assurdo pensare che chi fa non valuta e chi valuta non ha fatto. Se poi la valutazione è davvero orientativa, cioè relativa al bicchiere mezzo pieno, alla ricerca della strada giusta e delle conseguenti necessarie competenze, non si dovrebbe temere un contenzioso da parte di allievi e di famiglie che seguono con consapevolezza e condivisione l’iter proposto.
Il problema dunque non è legale, ma educativo, ed allora l’integrazione non è un optional o una protesi cognitiva, ma un necessario valore aggiunto che motiva il giovane a seguire un percorso che mobilita davvero tutti i suoi interesse e le sue capacità.
Pertanto la valutazione così detta formativa dovrà stare molto vicino all’esperienza didattica, per poter regolare il processo formativo, mentre quella sommativa dovrebbe diradarsi, fino a diventare magari biennale, per consentire davvero un bilancio disteso delle effettive possibilità di apprendimento rispetto alle strategie messe in campo.
Se l’organizzazione del percorso sarà davvero modulare non dovrebbe essere difficile avere per ogni modulo competenze in uscita che potrebbero essere anche certificate come crediti; i moduli entreranno nelle varie aree, che comprendono attività disciplinari e non, della scuola e della formazione, utili a raggiungere apprendimenti ampi e flessibili, con diversi stili (cognitivo, operativo, relazionale, metacognitivo), capaci di complessità e di competenza, come adeguamento al continuo cambiamento.
In tale ottica una grande parte dovrà essere riservata all’elaborazione di standard, in relazione agli obiettivi ed ai livelli territoriali ai quali il sistema dovrà rispondere. La cultura dello standard non serve a far rientrare dalla finestra il meccanismo selettivo fatto uscire dalla porta con l’integrazione. Il risultato finale è il successo formativo, secondo una prospettiva orientativa. Allora, è vero che lo standard può servire da requisito minimo per la certificazione finale, ma prima di arrivare lì esso è utile alla didattica, alla qualificazione dell’offerta formativa.
La conclusione è una sola: non si tratta di inasprire la selezione o di ribassare lo standard, se chi lo ha elaborato dimostra di avanzare richieste possibili, si tratta di incrementare la dimensione della ricerca, dell’innovazione, delle collaborazioni, di valorizzare le diverse funzioni dell’apprendimento, ecc., cosa che le esperienze integrate si pongono come strategia principale di riferimento.
La valutazione nell’integrazione dunque non è un fatto politico, della Regione, ma un problema pedagogico, dei team integrati; essa dovrà essere all’un tempo funzionale al rapporto insegnamento/apprendimento ed alla conquista documentata e qualificata del successo formativo.
E’ per questo che occorre richiamare gli stessi team ad intensificare gli sforzi per rendere veramente efficace questo passaggio del percorso integrato e a non perdersi dietro alle grida di manzoniana memoria, ed è dai monitoraggi della qualità dei processi formativi, realizzati a livello territoriale, che esce la verifica, a livello regionale, del successo e della qualità del sistema.
Con queste consapevolezze potremmo mettere mano all’art. 8 dell’intesa tra Regione e USR (19/2/04), in tema di valutazione dei percorsi integrati, arrivando a formalizzare:
- i momenti congiunti di valutazione,
- le modalità di gestione degli scrutini con:
- i compiti e gli adempimenti dei consigli di classe/team integrati,
- la definizione dei criteri per l’analisi dei livelli di apprendimento e degli obiettivi formativi (in che modo gli esiti delle prove relative ai moduli integrati vengono collegati con quelli dello stesso o di altri moduli per la parte non integrata e come avviene la discussione complessiva nell’ambito del consiglio di classe),
- la predisposizione del documento da allegare alla pagella.
Valutazione e certificazione è l’ultimo capitolo sul quale si sta lavorando intensamente anche a livello nazionale, soprattutto per quanto riguarda una modalità di messa in trasparenza del processo formativo, al fine di poterne avere una circolarità almeno a livello nazionale e poi europeo. E’ questa un’altra delle preoccupazioni della Regione, giusto le modalità di formalizzazione del riconoscimento, ma il cittadino non può essere garantito solo da un certificato, quanto dalla qualità, sempre più elevata, del tipo di formazione che il certificato stesso contiene. Aspetti formativi e certificativi devono dunque esprimersi in modo integrato: il modo migliore, ancora quello di coinvolgere il sistema pedagogico ed il sistema politico in comuni traguardi di sviluppo.
| autore: | Gian Carlo Sacchi |
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| data: | lunedì 4 ottobre 2004 |