Moduli e modularità: mettiamo un po’ di ordine in "Berlinguer ti ho voluto bene. Sette anni di interventi sulla scuola"
Adriano Colombo, Trauben, 2002, Torino.
Il saggio denuncia l’eccesso di significati attribuiti alla parola modulo con il rischio di farne una panacea e non un modello di progettazione del processo di apprendimento, la tentazione diffusa di riversare sulla didattica modulare tutte le caratteristiche di quella per obiettivi con il rischio di avere lunghi elenchi di competenze terminali e nessuna indicazione sul loro processo di costruzione, l’impossibilità e l’inopportunità di costruire moduli sempre e solo interdisciplinari.
In quello intitolato Qualche distinzione sono esaminati alcuni nuovi significati attribuiti “quale più quale meno legittimamente” alla parola modulo: “varie forme di organizzazione del tempo scolastico e dei gruppi di allievi” (ad esempio nella scuola elementare, ma non solo) con il rischio di scambiare l’aspetto dell’organizzazione della didattica con quello dell’organizzazione del sistema, previsione di un numero esagerato di indicatori con il rischio (frequentissimo, purtroppo) di avere un progetto “in cui… l’unica cosa che non si capisce è che cosa dovrebbe accadere in classe”, pretesa che “il modulo sia necessariamente interdisciplinare”, mentre “non è concepibile né desiderabile che tutto l’insegnamento si svolga in questa forma”.
Nel paragrafo intitolato Unità formativa capitalizzabile viene affrontata la questione della identificazione dei moduli con l’unità formativa capitalizzabile e quindi certificabile. Il fatto di avere “segmenti dotati di autonomia e di spendibilità esterna” risponde per l’autore all’esigenza di certificare le competenze per avere percorsi flessibili individualizzati/personalizzati e spendibili in diversi sistemi e sarebbe auspicabile anche all’interno dello stesso sistema scolastico. L’obiezione forte che pone a questa identificazione è un’altra e deriva dalla considerazione che “per essere considerate certificabili le competenze dovrebbero avere una certa ampiezza” e quindi un tempo adeguato di acquisizione, per esempio un intero anno scolastico, visto il monte ore complessivo contenuto riservato alle diverse discipline. Detto in altre parole l’Autore dubita che si possano avere nella scuola segmenti autonomi di breve respiro con competenze vere e proprie in uscita. Afferma che “l’apprendimento non è un processo meccanico in cui a un rapido input corrisponde un altrettanto rapido output, ma richiede tempi distesi, liberi dall’ossessione del risultato immediato: tempi di sedimentazione, di stabilizzazione delle competenze apprese, di superamento delle difficoltà e di recupero delle carenza. Tutto questo, tanto più quanto più l’età dei discenti è giovane e le competenze a cui si mira sono di base”.
Nell’ultimo paragrafo intitolato Qualche conclusione l’Autore avanza due proposte: la distinzione netta tra modulo come articolazione del progetto didattico e modulo come unità formativa capitalizzabile (adatto solo alla formazione professionale) e la distinzione altrettanto netta tra l’impostazione modulare per competenze e la didattica per obiettivi.
| Autore | Adriano Colombo |
|---|---|
| Casa Editrice | Trauben |
| Anno | 2002 |
| Città | Torino |
| Titolo del saggio | Moduli e modularità: mettiamo un po’ di ordine |
| Titolo del libro | Berlinguer ti ho voluto bene. Sette anni di interventi sulla scuola |